Gli anni Ottanta per Yohji Yamamoto

Il corpo per l’Abito, l’abito per il Corpo: gli anni Ottanta di Yohji Yamamoto

Il mondo della moda parigina ha attraversato una crisi di identità verso il 1980, con l’affacciarsi di stilisti come Miyake, Kawakubo, e Yohji Yamamoto che hanno messo in discussione i criteri consolidati e venerabili circa la struttura dell’abito, proponendo una concezione diversa dell’abbigliamento rispetto al corpo. I principi su cui si reggeva la moda dell’Occidente europeo esigevano tecniche di taglio complesse, imbottitura e precisione nella tecnica sartoriale per esaltare i contorni della figura. Diversamente gli artisti giapponesi si ispiravano al carattere del costume nipponico tradizionale per drappeggiare ed avvolgere il corpo con stoffe che ne occultavano o addirittura ne cancellavano la linea. Il disordine, l’anarchia, lo sconvolgimento percepiti nell’opera dei tre stilisti colpì in modo particolare il mondo della moda che si era trovato fino allora a proprio agio seguendo il formulario della tradizione sartoriale dell’haute couture fissato nella prima metà del Novecento.
Basti, infatti, pensare alla prima collezione di Christian Dior del 1947 definita “The New Look”, la quale restituiva alla donna il profilo a clessidra dettato dalla linea di fine Ottocento. È ovvio che il disegno dell’abito non dipendesse dalla forma naturale del corpo: era il corpo ad essere in funzione dell’ abito. Il couturier costruiva l’abito partendo dall’interno, per ottenere un corpo “scolpito”. Proporzioni estreme e una forma idealizzata, cuciture, imbottiture, vari metraggi di teletta di crine e crinoline creavano strutture complesse. Sfidando la tradizione nei procedimenti di costruzione e di esecuzione sartoriale, Miyake, Kawakubo e Yamamoto, sono risaliti alle singole tappe del processo costruttivo, portando alla luce dettagli nascosti, i quali sebbene appartengano a una fase del “non finito”, hanno altrettanto interesse artistico quanto l’essere ultimato. Mettere a nudo i segreti del sarto equivaleva a rivelare l’intimo che si porta sotto il vestito.

Le tecniche e i materiali adottati all’interno dell’indumento che gli conferivano forma e tenuta sono stati così legittimati come elementi ornamentali. Baveri, bottoni e colletti hanno cominciato a essere montati in modo diverso rispetto alla posizione e alla funzione tradizionale. Spiegazzature e increspature sono servite per creare motivi ornamentali, in analogia con il ruolo delle linee in un disegno. Orli sfilacciati, tessuti incompatibili, hanno dato un nuovo assetto alle parti che costituiscono la forma tradizionale di un abito, facendo dell’astrazione e dell’asimmetria i criteri prevalenti.2 Il dinamismo con cui è cambiato l’approccio alla moda, le novità nella costruzione, nel materiale e nella forma hanno creato percezioni nuove di ciò che oggi è indossato: gli abiti che negli anni Ottanta sembravano appartenere a un estremismo radicale, oggi sono diventati patrimonio acquisito. Yohji Yamamoto nasce a Tokyo nel 1943. La prima collezione presentata a Parigi, nel 1981, dopo quella di Tokio del 1972, passò alla storia. Ora produce le collezioni Yohji Yamamoto, Y’s, Y’s for Men, Yohji Yamamoto + Noir, ed è partner di Adidas nella linea Y-3, una serie di collezioni sportswear.

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Yamamoto tramite il suo processo di creazione dell’abito rivoluzionò il rapporto tra capo e persona. La specificità dell’uomo e della donna, del loro essere umani, il loro stile di vita, più che i loro corpi, furono proiettati sull’abito. Non solo il rapporto designer/abito cambia; ma spesso, nelle collezioni di Yamamoto, si legge una nuova idea del corpo e della femminilità che sostiene questi abiti: il corpo cui fa riferimento dal primo momento, non è il corpo della donna, e nemmeno quello dell’uomo. Non è un corpo reso oggetto attraverso segni e codici di riconoscimento del genere, ma è un corpo che agisce sull’abito e lo trasforma. La moda di Yamamoto valorizza l’interiorità di chi li indossa. Le riviste hanno definito il suo come uno:

“Stile poverissimo e misterioso che si nutre di materiali poveri ed elaboratissimi, che si alimenta di un corpo da velare e non da svelare, che valorizza più l’intelligenza che la bellezza.”

Baudot, noto giornalista, individua, infatti, nell’arte povera la maggior influenza nell’approccio stilistico di Yamamoto ; anch’egli, dice il giornalista, ha cercato, infatti, di rompere la concezione fossilizzata di ciò che erano gli abiti. Lo stesso Yamamoto si esprime chiaramente sulla necessità di trascendere non solo il corpo connotato sessualmente ma il corpo in assoluto:

“Per me il corpo è nulla. Muta senza tregua. Invecchia in ogni istante, non ci si può affidare ad esso perché non si può controllare il tempo. Io non credo al corpo umano. Non lo trovo bello.”

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