Guida su come aprire una ludoteca

Amate i piccoli pargoletti? Credete nelle nuove attività ludiche con i bambini e volete lanciarvi in una nuova avventura imprenditoriale che possa unire buone rendite ed allo stesso tempo far divertire i bambini?

In tanti prima di voi hanno intrapreso questa strada ed hanno deciso di aprire una ludoteca o un baby-parking nella città in dimorano.

Questa guida vi aiuterà a seguire le giuste indicazioni di cui si ha bisogno per aprire, allestire e arredare una ludoteca, le procedure e gli adempimenti burocratici, i finanziamenti previsti per chi “parte da zero”.

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COME APRIRE UNA LUDOTECA in modo semplice e veloce

  • individuare i finanziamenti, i contributi a fondo perduto e le agevolazioni pubbliche che puoi richiedere

  • conoscere le leggi e le norme che regolano la ludoteca, il baby parking e il centro giochi

  • conoscere le licenze, le autorizzazioni e i requisiti necessari per aprire una ludoteca

  • prevedere i guadagni del baby parking

  • prevedere l’investimento d’apertura e i costi per gestire una ludoteca, un baby parking, un centro giochi

  • conoscere le attrezzature e gli impianti necessari per una ludoteca

  • progettare al meglio la gestione di un centro giochi

COSA SONO LE LUDOTECHE

Le ludoteche e i baby parking sono delle imprese innovative che permettono di stare a contatto con i bambini, ma allo stesso tempo dando la possibilità di guadagnare. Ovviamente ci sono delle regole da seguire e delle normative da rispettare.

Prima di chiederci come aprire una ludoteca dobbiamo avere chiaro cosa sia, perchè non tutti hanno chiarezza su questo e quindi non posseggono gli elementi necessari per valutare. La ludoteca è un centro di incontro e di aggregazione per i più piccoli. Si tratta di uno spazio adibito al gioco e alle attività ricreative per i bambini. Ormai si sta diffondendo sempre più l’abitudine di intrattenere i propri figli in queste strutture, nelle ore pomeridiane e in occasione di ricorrenze.

In effetti, nonostante le statistiche parlino di “nascita zero” in Italia, le richieste nel campo dei servizi all’infanzia sono in costante aumento. Le ludoteche sono gestite in genere da personale specializzato, e animatori con esperienza consolidata. Spesso la gestione è affidata a cooperative del settore o associazioni.

La ludoteca si rivolge a bambini di età compresa fra i 3 e i 14 anni, ma al suo interno è possibile creare appositi spazi anche per adolescenti ed adulti. All’interno di una ludoteca il bambino può: trovare un ambiente ideale che lo stimoli nel gioco, ma anche nelle attività più impegnative e formative; trovare adulti con esperienza nel campo dell’infanzia che lo aiutino a costruire e progettare; trovare i materiali più adatti per giocare in tutta sicurezza; trovare un luogo nel quale sia del tutto libero di esprimersi, in cui non vi sia alcuna differenza tra condizioni sociali, capacità individuali ed età; trovare un posto nel quale poter interagire e coinvolgere nel gioco i propri genitori e familiari; imparare a condividere i giochi e gli spazi con i suoi coetanei.

A differenza dell’asilo nido, che deve possedere precisi requisiti di struttura ed organizzazione, la ludoteca o il baby parking non hanno bisogno di modalità precise di funzionamento, in quanto i bambini non vi trascorrono molte ore, ed inoltre non è previsto il servizio mensa.

Converse All Star: le scarpe che hanno fatto la storia

La storia delle Converse All Star

Così sono nate le sneakers Converse All Star, le scarpe più famose al mondo che dal 1917 rimangono fedeli al loro stile.

Le Converse All-Star sono senza dubbio le sneakers più conosciute al mondo, non solo quello occidentale e che da 99 anni ricoprono i piedi dei ragazzi delle nuove generazioni, ma con la straordinaria particolarità che vestono anche quelle dei genitori ed in moltissimi casi anche i nonni :-)

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Le primissime sneakers sono prodotte dalla Converse Ruberr Shoe Company, azienda nata nel 1908 in una cittadina del Massachusetts che porta il nome del suo fondatore Marquis M. Converse. Nei primi anni di attività produce galosce e altri modelli di calzature in gomma per uomo, donna e bambino.
Dopo alcuni anni, per ampliare il giro di affari, Mr. Convers mette a punto una scarpa adatta allo sport che nei primi anni 10 stava riscuotendo grande successo: il basket.

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Nel 1917 come abbiamo detto in precedenza prendeva corpo il primo modello di Converse All-Stars. La scarpe in questione presentava una suola di gomma spessa ed una struttura in tela nera che avvolgeva la caviglia interamente, tuttavia il primo prototipo non ebbe subito un grande successo.
Il successo giunse quando il famosissimo basketplayer Chuck Taylor, innamoratosi del confort di queste sneakers, decide di promuoverne le doti in tutto il paese. Chuck apprezzava così tanto queste scarpe che si recava personalmente in azienda per acquistarle e migliorare il modello in base alle sue necessità.
La fortuna di Chuck Taylor fa si che le Converse All-Stars diventino la scarpa più usata nel mondo del basket tanto che nel 1922 fa pubblicare il primo Converse Basketball Yearbook. L’annuario raccoglie tutte le foto ed interviste dei giocatori di basket che indossavano le ormai famosissime Convers All-Star, in modo da far vedere al mondo quali fossero le scarpe dei campioni.
Il contributo di Chuck Taylor è così notevole che nel 1932 l’azienda decide in imprimere il suo nome sul patch della scarpa.

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Nonostante la popolarità, la Converse è comunque andata in bancarotta e nel 2003 è stata acquisita dalla Nike.

L’obiettivo del progettista contemporaneo

L’attuale contesto economico-culturale globalizzato propone con rinnovata urgenza la necessità di un contributo multidisciplinare dell’agire progettuale: al progettista contemporaneo si richiede la capacità di coniugare soluzioni tecniche con momenti di analisi e sintesi di più ampia portata, attraverso cui suggerire nuove gerarchie concettuali, nuovi modi d’uso, nuove visioni delle relazioni con gli altri.

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La progettualità assume oggi più che mai una connotazione sociale in cui tutte le componenti del contesto (economia, produzione, cultura, società) si combinano sinergicamente, si compensano, si interpretano e si realizzano nel progetto. L’obiettivo primo della progettazione deve essere quello di realizzare nel prodotto/servizio un compromesso tra il sistema di valori imprenditoriale e collettivo: solo la sensibilità umanistica che deve contraddistinguere il progettista consente di estrapolare dal contesto informazioni significative, codificarle e trasformarle in atti propositivi. Una siffatta azione taumaturgica è resa impellente da un modello di crescita globalizzato che, pur fondandosi su premesse costruttive, finalizzate ad offrire prospettive di progresso e prosperità per ogni Paese, si è purtroppo arenato di fronte al provincialismo di una cultura fondata sulla moltiplicazione dei diritti rispetto ai doveri, della perdita delle certezze associate al sentimento di appartenenza, dello smarrimento del valore della diversità a favore di un’omologazione apparentemente promotrice. Gli universi finanziari e industriali, vittime e artefici al tempo stesso di questa perdita di spirito critico, che amplifica i diritti e esautora le istituzioni, hanno smesso di esercitare la loro funzione originaria: gli imprenditori hanno smesso di investire nelle loro aziende preferendo i miraggi delle speculazioni finanziarie, la finanza ha smesso di operare su titoli rappresentativi di aziende e persone preferendoli a mucchi di carta da macero. È stato così creato un mondo delle apparenze, nel quale non importa più cosa si pensa, ma cosa ci viene suggerito di pensare: allo stesso modo non si acquista più un prodotto di cui si ha bisogno, ma uno di cui ci viene detto che abbiamo bisogno. Nelle società mature e benestanti non esistono più veri e propri bisogni primari, sostituiti da una sorta di mercato dei desideri. Insoddisfazione, mancanze e malesseri emotivi, uniti ad un disagio generalizzato e ad una difficoltà crescente nei rapporti interpersonali, hanno dato vita ad illusori ed artificiosi bisogni e a meccanismi compensativi di acquisto compulsivo. Tuttavia l’attuale crisi globale, frutto di queste degenerazioni, va vissuta in termini positivi non solo perché ha portato alla luce i vizi della globalizzazione ma soprattutto perché sta coincidendo con una presa di coscienza, collettiva e trasversale, di una profonda crisi morale: per quanto destabilizzante questo momento rappresenta un’opportunità per rivalutare nella giusta prospettiva (e confinare definitivamente) un sistema di vita fondato sulle dottrine del “voglio tutto e subito” o – meglio – del “prendi subito, e paga dopo”. Sta infatti accadendo che l’urgenza di una continuità in termini di inalterato tenore di vita stia divenendo pressante, spingendo ad esempio quella generazione, consacratasi per anni alla carriera professionale, ad affermare l’urgenza di un rinnovato equilibrio tra sfera professionale e personale, recuperando un benessere forse troppo trascurato.

Restauro della facciata principale di Palazzo Thun a Trento

Restauro Palazzo Thun a Trento

Agli inizi degli anni ’90 il Palazzo Thun di Trento si presentava con gli intonaci in stato di notevole degrado, dovuto in parte alla risalita capillare dell’umidità dal terreno, in parte ad infiltrazioni d’acqua piovana dal tetto e in parte da una prolungata mancanza di opere di manutenzione. A seguito di tali considerazioni il Comune di Trento ha avviato nel 1997 le analisi delle diverse superfici compositive della facciata per poter giungere ad un progetto esecutivo di restauro. I primi sondaggi avevano messo in evidenza una decorazione monocroma a finto bugnato in corrispondenza della parte centrale dell’edificio, la cui estensione non risultava molto chiara, tanto da richiedere un intervento di quasi totale scoprimento dei vecchi intonaci, preliminarmente alla stesura del progetto di restauro, al fine di poter acquisire tutte le conoscenze possibili in merito alle stratificazioni degli elementi di facciata e di poter definire in modo più preciso le successive procedure di intervento.

Restauro Palazzo Thun a Trento

Oltre a ciò è stata affrontata, da parte dell’arch. Nicoletta Ossanna Cavadini, un’approfondita ricerca storica che ha ritrovato presso l’archivio della famiglia Thun documenti inediti con i quali è stato possibile ripercorrere gli eventi succedutisi dal XIV al XIX sec., con particolare ricchezza di documentazione relativa ai lavori di realizzazione del palazzo (1554-1557) e all’intervento di totale ristrutturazione curato dal conte Matteo Thun e dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini fra il 1830 e il 1840. Inoltre sulla facciata di via Belenzani, che si presentava particolarmente complessa e ricca di diverse fasi, è stata eseguita da una delle scriventi (G. G.) l’analisi stratigrafica, di cui si tratterà nel dettaglio più avanti, che ha permesso di giungere ad una migliore comprensione dello sviluppo storico-tipologico dell’edificio stesso. Per circa un secolo (1454 -1555) i conti Thun avevano condotto una vera e propria campagna di acquisizione di gran parte delle piccole particelle gotiche che formavano l’isolato e su queste hanno poi costruito il palazzo, mediante l’aggregazione planimetrica delle singole unità e la ricomposizione del fronte principale sulla via Larga. Tale operazione è stata condotta dal 1553 al 1557 da Sigismondo Thun che, recependo i nuovi canoni rinascimentali applicati all’architettura promossi da Bernardo Clesio, realizzò la facciata principale mediante l’accorpamento di quattro preesistenti moduli edilizi gotici, la sua ricomposizione formale mediante la chiusura dei fori preesistenti e l’inserimento nelle antiche cortine murarie delle numerose finestre rettangolari e del portale in pietra di diverse cromie.

Le prime documentazioni grafiche del complesso di palazzo Thun sono costituite dalle piante prospettiche che raffigurano la città di Trento, tra cui quella del 1563 eseguita da Giovanni Andrea Vavassore, dove la facciata compare già in forma unitaria (fig. 7), seguita nell’arco di pochi decenni da altre immagini, fino a giungere a quella di Ludovico Sardagna del 1660 (fig. 8). Seguono poi alcune raffigurazioni dipinte. Da citare è la tela del Zambaiti, eseguita tra il 1703 e il 1715, con tema l’assedio alla città di Trento dell’esercito francese del generale Vendôme. La prima documentazione specifica su palazzo Thun risale invece al 1752 ed è costituita da tre disegni acquerellati di autore ignoto, eseguiti a schizzo, riportanti i prospetti su via Belenzani e su via delle Orne e la planimetria dell’isolato con le relative indicazioni di proprietà (fig. 9). Successivamente, nel 1833-1840 l’edificio è stato oggetto di un complessivo intervento di ristrutturazione voluto da Matteo Thun, progettato dal Vantini e preceduto da un preciso rilievo dell’esistente. Per motivi di indecisione della famiglia proprietaria, da tale ristrutturazione è rimasta esclusa la facciata, che doveva essere trasformata completamente secondo i canoni dell’architettura neoclassica (fig. 11). Questa è stata tuttavia oggetto di lievi variazioni, tra cui la demolizione dell’erker raffigurato nel disegno settecentesco, che si registra quando il Comune di Trento, acquistato il palazzo signorile (1871-1873), lo ha adattato a propria sede. Al momento dei primi sondaggi sulla facciata, eseguiti nel 1996, non si poteva supporre la sottostante presenza di tutti questi elementi, in seguito scoperti. Si riteneva infatti che l’intervento cinquecentesco fosse stato notevolmente invasivo e tale da cancellare gran parte delle preesistenze. E’ stata perciò notevole la sorpresa nel vedere affiorare sotto l’ultimo strato di intonaco, ormai molto deperito, le decorazioni monocrome che caratterizzavano i due moduli centrali della cortina muraria gotica con il portale di piano terra decorato a motivi floreali, le tracce delle antiche finestre a tutto sesto decorate, la finestra a sesto acuto decorata con motivi geometrici di colore rosso scuro.

Sotto l’intonaco decorato in corrispondenza del sottotetto, sono state inoltre recuperate le antiche finestre con contorni in mattoncini di cotto trattati con colore rosso scuro e rimarcati in corrispondenza delle fughe con segni di colore bianco calce che, tamponate in fase gotica, risalgono ad un periodo antecedente. Questo costituisce un elemento di novità e di interesse nel panorama architettonico relativo agli edifici storici di Trento, perché attesta come già in epoca medievale l’edificio era imponente con la sua altezza di quattro piani. I due moduli angolari appaiono invece privi di decorazioni. La parte inferiore di quello meridionale, che probabilmente un tempo aveva la tipologia della casa a torre, è realizzata in mattoncini di cotto, mentre la parte superiore risulta di età posteriore e ricostruita con muratura di pietra. L’angolo a Nord è invece costituito da una muratura di epoca cinquecentesca.

Analisi chimiche

Il lavoro è proceduto con il prelievo di quattro campioni di intonaco (fig. 13) e di due campioni di materiale lapideo (fig. 14). Su questi campioni sono state condotte analisi al microscopio ottico polarizzatore su preparato in sezione sottile e sezione lucida trasversale,analisi spettrofotometrica infrarossa e trasformata di Fourier, analisi multielementare con microsonda elettronica, condotte dalla Cornale Servizi Tecnici – Vicenza, seguendo quanto indicato dalle Raccomandazioni Normal del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Istituto Centrale del Restauro. I risultati hanno evidenziato come due campioni di intonaco (AT1 e AT2) abbiano una base di calce e sabbia quarzosasilicata in parte carbonatica con rapporto legante/aggregato 1:2, su cui è steso uno strato di pittura grigia alla calce pigmentata con nero di carbone, probabilmente data a fresco. Nei campioni AT3 e AT4 l’intonaco si dimostra diverso dai precedenti sia dal punto di vista mineralogico che per il rapporti legante/aggregato di 1:3. In entrambi si rileva la presenza di uno strato pittorico rosso a base di ocra legata originariamente da un composto organico (caseina o uovo, ad esempio) e pertanto potrebbe trattarsi di una tempera. Nel campione AT3 è stata rilevata anche, sopra lo strato rosso, la presenza di un secondo strato pittorico a base di calce e bianco di San Giovanni. Per quanto riguarda la pietra l’analisi spettrofotometrica all’infrarosso ha rilevato la presenza di gesso, dolomite e calcite (substrato), tracce di sostanza proteica (probabile colla animale), piccole quantità di ossidi, tracce di ossalato di calcio e nitrati.

Rilievo fotogrammetrico e raddrizzamento fotografico

Di fronte alla complessità di elementi costitutivi e di successive fasi realizzative si è decisa l’esecuzione di un rilievo fotogrammetrico e di un successivo raddrizzamento fotografico, che potesse costituire una precisa base per l’analisi stratigrafica e che in seguito si sono rilevati utili anche per il controllo delle misure di contabilità. Rilievo affidato alla RWS di Vigonza – Padova.

Analisi morfologico-stratigrafica

Ai fini dell’impostazione del progetto di restauro, la conoscenza preliminare del manufatto, al più elevato grado di precisione possibile, riveste un’importanza fondamentale. L’utilizzo coordinato delle “fonti indirette” (le informazioni deducibili da documenti d’archivio, immagini iconografiche, testi) e delle “fonti dirette” (le informazioni deducibili dall’edificio stesso) si rivela uno strumento efficace per arrivare a conoscere i caratteri architettonici di un manufatto in modo tecnicamente organizzato, con la dichiarata finalità di attribuire la maggiore rigorosità e scientificità possibile all’intervento di restauro architettonico. L’elaborazione di un’accurata analisi della caratterizzazione dei materiali – basata sulla registrazione sistematica delle qualità materiali e delle tecniche costruttive del manufatto – permette di descrivere e di relazionarsi con i fenomeni di formazione e di trasformazione dell’oggetto architettonico individuati dall’analisi stratigrafica, con i quali il progetto di restauro deve mettersi in rapporto. L’ausilio di sistemi informatici si dimostra, inoltre, notevolmente prezioso al fine di ottenere una restituzione del testo murario fedele e oggettiva.